Report conflitto Russia – Ucraina giorno 59

Prese ieri in considerazione le opzioni che probabilmente Putin sta contemplando in base ai possibili esiti dell’offensiva in preparazione nel Donbass, proviamo ad esaminare le sue probabilità di realizzarle.

Abbiamo visto come nell’ipotesi più favorevole, cioè nel caso di una chiara vittoria nel Donbass con la conquista dell’area urbana di Kramatorsk e Slaviansk, il presidente russo deciderà di sfruttare il successo per ottenere una vittoria militare credibile e spendibile diplomaticamente, lanciando una ulteriore offensiva lungo la costa per conseguire l’obiettivo in profondità rappresentato dalla città di Odesa e spingere il collegamento terrestre fino alla Transnistria (la striscia di territorio moldavo occupata dai russi fin dal 1991) e che sopravvive unicamente grazie al permesso della NATO di utilizzare le vie di comunicazione in Romania.

Si tratta di un’ipotesi veramente estrema, che presuppone un successo non solo completo nel Donbass, ma anche rapido e praticamente indolore per i russi, e tale da provocare un collasso nel morale ucraino; un collasso simile a quello del 2015 alla battaglia di Debaltsjeve, quando le forze regolari russe travolsero quelle ucraine ancora intrappolate fra Donetsk e Luhansk.

Per comprendere la ragione di ciò occorrerebbe mettere mano ad una carta geografica (Google Maps va benissimo) e andare ad analizzare la zona delle foci del fiume Dnipro nel mar Nero. Si osserverà che a sud-ovest dell’ultimo bacino artificiale, il fiume è largo quasi un chilometro ed è attraversato da solo due ponti, uno dei quali è anche una diga. I russi controllano tutto il territorio a est del fiume, ma a ovest hanno occupato solo una piccola testa di ponte lungo la costa a ovest verso Mykolayv e a nord in direzione di Kryvy Rih, dove sono correntemente sulla difensiva.

Il grosso successo russo – conseguito dalle unità di élite delle VDV (paracadutisti) e forse quello militarmente più rilevante dell’intero conflitto finora – è consistito nella rapida cattura di questi due ponti prima che gli ucraini riuscissero a bloccarli o anche a demolirli.

Tale successo aveva consentito una rapida avanzata lungo la costa, che però si era infranta davanti a Mykolayv. Nell’ultimo mese gli ucraini hanno effettuato una serie di contrattacchi locali che hanno eroso la testa di ponte e inflitto gravi perdite ai russi; in particolare il comando tattico responsabile della zona (quello della 58° Armata) è stato distrutto assieme a gran parte degli elicotteri disponibili, tarpando le ali alle capacità offensive dei paracadutisti.

Il problema sono i ponti. La distruzione degli elicotteri da trasporto ha limitato le possibilità di rifornimento russe alla percorrenza di quei due ponti in muratura; uno porta dentro l’abitato di Kherson (l’unico capoluogo ucraino occupato dai russi, e teatro di una sorda resistenza passiva da parte della popolazione) e l’altro in aperta campagna. Tutto ciò che i russi asserragliati sulla sponda occidentale consumano, dalle munizioni, al carburante e alle munizioni e perfino il cibo, deve passare da quei ponti; che però sono sotto la costante sorveglianza dei droni e delle Forze Speciali ucraine e dei satelliti occidentali, e sono soggetti ad attacchi continui dell’artiglieria, dell’aeronautica e dei droni armati di Kyiv.

La situazione è tale che una controffensiva ucraina tesa a riprendere l’intera sponda occidentale è assai più probabile e fattibile che non una ripresa offensiva delle forze russe.

Per riprendere l’offensiva Putin dovrebbe mandare oltre i ponti forze fresche di cui non dispone; nell’ipotesi di vittoria più avanti accennata, si tratterebbe dei BTG vittoriosi a Kramatorsk: vittoriosi ma comunque provati. Bene: queste forze dovrebbero percorrere centinaia di chilometri per raggiungere i ponti, attraversarli e riprendere l’offensiva verso Odesa… Nel frattempo gli stessi ponti dovrebbero sopportare un flusso logistico più che raddoppiato. Una cosa non solo difficilissima, ma anche estremamente pericolosa: se gli ucraini riuscissero a distruggere o a ricatturare anche uno solo dei ponti, tutte le forze russe a ovest del fiume sarebbero intrappolate, e l’operazione si trasformerebbe in un disastro militare. Insomma: l’ipotesi Odesa, per come stanno le cose, appare impraticabile.

Molto più ragionevole è la seconda ipotesi: Kramatorsk viene catturata a stento, magari anche non del tutto, è ridotta in macerie e il fronte si attesta dolorosamente lungo i limiti approssimativi degli oblast rivendicati da Putin. Questi può allora rivendicare la “liberazione del Donbass” e il ricongiungimento via terra con la Crimea; si “dimentica” di Odesa e accetta di sedere al tavolo delle trattative…

Questo è possibile. L’esercito russo dispone ancora di una potenza di fuoco estremamente superiore a quella ucraina, e può sommergere le linee nemiche con un diluvio di razzi e di granate in grado di distruggere tutto. Le capacità di controfuoco ucraine, utilizzate per colpire le artiglierie russe nel momento stesso in cui fanno fuoco e fornite negli ultimi giorni dall’Occidente (radar e artiglierie a gittata più lunga e di maggiore precisione) rappresentano l’ostacolo maggiore per l’utilizzo di questa superiorità, e da questo duello dipenderà l’esito della battaglia.

Distruggere però non basta: occorre anche che i BTG siano capaci di avanzare attraverso il territorio devastato dall’artiglieria, affrontando i difensori ancora annidati nelle trincee. Il problema è che queste unità di manovra – con poche eccezioni proprio fra i paracadutisti – hanno dimostrato scarsa propensione all’assalto, e dopo la sconfitta di Kyiv il loro morale è ulteriormente calato.

I soldati russi sono arrabbiati. Sono arrabbiati con gli ucraini, che si sono rivelati tutt’altro che accoglienti come era stato loro promesso, ed hanno invece ucciso tanti loro compagni; e sono arrabbiati con i loro superiori che li hanno mandati al macello per niente. È perlomeno molto dubbio che nella prossima battaglia si comporteranno meglio che nella precedente. Molto dipenderà della capacità del generale Dvornikov di risollevare il loro morale.

Dovendo scommettere, non darei a questa seconda ipotesi più del 50% di probabilità.

Rimane la terza ipotesi. I russi avanzano lentamente a costo di gravi perdite; si assiste ad un tremendo attrito reciproco con perdite crescenti da entrambe le parti, ed infine si raggiunge uno stallo davanti a Kramatorsk, senza che tale obiettivo possa essere seriamente intaccato. In questo caso, Putin si dirà soddisfatto dei danni inferti all’Ucraina nel suo complesso e al suo esercito in particolare, proclamerà l’autonomia del Donbass (quasi tutto) e la distruzione dei neo-nazisti di Azov a Mariupol, e accetterà finalmente di sedersi a un tavolo.

Allo stato attuale delle cose, con il morale russo a pezzi e la logistica in continua decadenza a fronte degli aiuti crescenti dell’Occidente all’Ucraina, questo esito appare almeno altrettanto probabile del precedente; la discriminante fra i due sbocchi secondo me sarà rappresentata dal “fattore Dvornikov” sul morale dei russi e dal risultato del duello fra le opposte artiglierie (cioè fra il fuoco di distruzione russo e il fuoco di controbatteria ucraino).

Come abbiamo detto, l’orso Vladimiro si è preparato ad affrontare tutte e tre queste eventualità. Chiaramente però il livello della sua soddisfazione varierà a seconda delle tre.