Report guerra Ucraina – Russia – giorno 163

 

Non credevo di doverlo fare, ma a questo punto mi sembra opportuno. Visto che intorno all’Ucraina non accade niente di militarmente significativo, gettiamo uno sguardo dal lato opposto del pianeta e vediamo se succede qualcosa del genere a Taiwan.

Anche oggi sulla prima pagina del sito della CNN non c’è menzione dell’Ucraina; neppure su quello della BBC o de La Stampa. I principali siti di ricerca dotati di un certo credito confermano il sostanziale stallo delle operazioni militari nel conflitto in corso, e la quasi totalità del “rumore” mediatico residuo su quel Teatro (ripeto: dal punto di vista puramente militare) è da attribuirsi alle opposte propagande e al loro chiaro interesse a mantenere alta la tensione: da parte russa per confermare il mantenimento dell’iniziativa, e da parte ucraina (direi soprattutto) per continuare ad incoraggiare l’invio di aiuti ed in particolare di materiale militare pesante.
In entrambi i casi la cosa appare perfettamente comprensibile, ma non cambia il fatto che I due schieramenti appaiano decisamente con il fiato corto e disperatamente bisognosi di riordinare e raggruppare le proprie forze per ricostituire il potenziale militare speso.

In estremo Oriente la situazione militarmente è l’opposto: il potenziale militare di entrambi I potenziali schieramenti è al massimo storico, e non ne è stato speso neppure un quantitativo minimo.
Questo porta ad un’affermazione fondamentle per poter discutere della situazione intorno a Taiwan: la crisi laggiù ha un POTENZIALE aspetto militare, ma rimane diplomatica.

La ragione fondamentale di ciò è la natura del protagonista principale, cioè la Cina. Quest’ultima, pur essendo oggi indubbiamente la seconda potenza mondiale, rimane una “superpotenza incompleta” in quanto a differenza di Stati Uniti e Russia non è dotata di una triade strategica significativa; quindi non è in grado di competere direttamente con l’Occidente e per fronteggiare gli USA ha inevitabilmente bisogno di porsi sotto l’”ombrello nucleare” della Russia. La Russia a sua volta ha la convenienza – e per certi versi l’obbligo – di concedere tale “ombrello” praticamente gratis per poter contare sul sostegno politico cinese nel suo conflitto con l’Ucraina.
Le due grandi “Potenze Centrali” eurasiatiche, caratterizzate dalla natura autocratica e anti-democratica dei rispettivi sistemi politici, si integrano reciprocamente e sono praticamente obbligate ad essere in qualche modo “alleate” anche a dispetto della secolare antipatia e del sospetto reciproco che impediscono una sinergia organica come quella che esisteva nel Patto di Varsavia.
La vicinanza fra le due autocrazie però non è tale da mascherare le immense differenze esistenti fra loro in campo economico e militare, e cioè quelle stesse differenze che le obbligano a collaborare per sopperire alle rispettive deficienze.

A dispetto del numero dei suoi soldati e dei suoi armamenti, la Cina non è un Paese militarmente aggressivo: le sue forze armate sono strutturate in maniera essenzialmente difensiva, mancano di una consistente capacità di proiezione e soprattutto non dispongono di alcuna esperienza di combattimento.
Dalla fine della Guerra Civile che l’ha vista prevalere sul Kuomintang, la Cina Rossa ha combattuto solamente tre conflitti di frontiera, tutti e tre di natura limitata e tutti e tre conclusisi in maniera tutt’altro che decisiva; anzi, sostanzialmente sono ancora tutti e tre “dormienti”. Il primo in Corea, dove si è scontrata direttamente con gli Stati Uniti e il conflitto si è interrotto più o meno dov’era iniziato, cioè sul 38° Parallelo; il secondo con l’India, dove ha fruttato l’acquisizione di alcuni territori spopolati ma di elevato valore strategico, ma è anche costato l’ostilità permanente della seconda Nazione più popolosa del mondo; il terzo con il Vietnam, conclusosi in un nulla di fatto dopo gravi perdite, e in seguito al quale Hanoi si trova nella curiosa posizione di essere di fatto l’unico alleato comunista degli Stati Uniti, la potenza contro cui hanno combattuto la loro guerra di “indipendenza”.
Oggi però nessun militare cinese in servizio ha esperienza di cobattimento in alcuno di questi tre conflitti.

La Cina non ha un apparato militare capace di sfidare aperamente i suoi avversari strategici: l’alleanza ormai consolidata fra India e Giappone, saldamente sostenuta dall’Occidente – in particolare da USA e Australia, ma indirettamente anche dalla NATO, dall’ASEAN e dalla stessa Taiwan – la contiene a livello convenzionale, e come detto solo l’”ombrello” nucleare russo la sostiene nel confronto diretto con gli Stati Uniti.
E’ in grado di intimidire gli immediati vicini, ma non di condurre campagne militari offensive paragonabili a quella russa in Ucraina.
E’ una potenza estremamente aggressiva dal punto di vista economico. Tale aggressività può però essere esercitata solamente in un contesto internazionale che consenta la più libera circolazione di persone e di merci. Per assurdo, la Cina è più “globalista” dello stesso Occidente.
E quindi è assolutamente contraria ad un’esasperazione della tensione militare internazionale: l’applicazione alla Cina delle stesse sanzioni imposte alla Russia avrebbe implicazioni gravissime per l’Occidente, ma sarebbe catastrofica per la Cina, che non dispone delle stesse risorse naturali della Russia ed è un Paese importatore tanto quanto è esportatore; soprattutto, paga ciò che importa con il ricavato di ciò che vende in Occidente.

Taiwan non ha valore economico per la Cina, e non rappresenta un assetto significativo per la sua strategia di penetrazione economica per raggiungere la supremazia mondiale: è solo una fondamentale questone di principio, radicata nella storia e nella cultura cinesi, per cui il “separatismo” è considerato la minaccia più grave all’integrità dello Stato.
Consapevole di ciò essendo cinese essa stessa, Taiwan si astiene dal proclamare l’indipendenza (che sarebbe razionalmente la soluzione più logica) e si accontenta di vivere la sua democrazia in un limbo che le garantisce autonomia al prezzo di elevate spese militari.

Militarmente, la Cina non è in grado di conquistare Taiwan: potrebbe sbriciolarla con bombardamenti continui a costo di affossare la propria economia, ma non riuscirebbe a conquistarla per una serie di motivi tecnici troppo lunghi per esporli in questo post. Potete naturalmente non fidarvi della mia opinione, ma la dimostrazione è data proprio dal fatto che non ci ha mai neppure provato. Semplicemente, trattandosi appunto solo di una questione di principio, il gioco non vale la candela. E la Cina storicamente è paziente.

Allora perché tanta furia per la visita di Nancy Pelosi?
Perché al netto di tutto, Xi non è affatto migliore di Putin: è peggiore. La visita della Speaker del Congresso è vissuta da lui come un affronto personale, al quale occorre rispondere in maniera eclatante, sopattutto in vista del Congresso del partito Comunista da cui spera essere riconfermato per un terzo mandato.
Taiwan infatti era già stata visitata in passato da uno Speaker del Congresso (Newth Gingrich) senza suscitare reazioni così spropositate.
Forse, data la tensione internazionale, sarebbe stato più opportuno aspettare qualche altro mese (e Biden lo ha detto chiaramente, ma il capo dell’Esecutivo in democrazia non ha il potere di fermare il capo del Potere Legislativo se questi intende recarsi all’estero), ma non è questo il punto.

Il punto è che la reazione cinese utilizza strumenti militari, ma è di natura diplomatica, non bellica. L’uso massiccio di aerei, navi e missili può apparire spettacolare e rispecchia la collera dell’autocrate cinese, ma non ha comportato alcuna aggressione o danno fisico, e non va presa come un atto propedeutico ad un nuovo conflitto.
E’ un segnale di collera, e come tale va letto.
Ma un attacco contro Taiwan avverrebbe di sorpresa, per prevenire un’intervento americano che lo condannerebbe ad un disastroso fallimento: non dopo un escalation che ha condotto la Flotta del Pacifico a ridosso delle coste cinesi.

La crisi di Taiwan non indica solo la collera di Xi; indica anche che il Dragone ha perfettamente capito la lezione dell’orso Vladimiro: le sanzioni fanno male a tutti, ma ne fanno molto di più a chi le subisce che non a chi le impone.

Orio Giorgio Stirpe