In Italia l’avidità delle imprese comprime i salari

Il Global Attractiveness Index, rapporto della Fondazione Ambrosetti, smentisce le bufale più trite che gli imprenditori italiani siano stressati da fisco e costo del lavoro e arriva alla conclusione che “I bassi salari in Italia non sono giustificati da una minor profittabilità delle imprese ma dalla loro vorace avidità”.

A parità di potere d’acquisto i salari italiani sono equiparabili solo a quelli spagnoli mentre risultano inferiori di 8181 euro rispetto a quelli francesi, di 15 mila 226 euro rispetto a quelli tedeschi e ammontano al 55,4% di quelli Usa. Solo il Messico, tra i paesi OECD, un risultato peggiore dell’Italia dove i salari in trent’anni sono cresciuti appena del 3,4%, la metà di quanto sono cresciuti in Spagna, un decimo di quanto sono aumentati in Germania e un undicesimo rispetto alla media Ue e al dato della Francia.

La remunerazione del capitale nelle imprese italiane è più alta: 42,1%, mezzo punto sopra la media UE, +3,2% rispetto alla Germania e +7,8 rispetto alla Francia. Le “nostre” imprese spendono meno per la remunerazione del lavoro, i salari incidono per il 18,6% sui costi di produzione, mentre in Francia il lavoro costa il 26,8%, in Germania 25,7% e in Spagna 24,9%.

I padroni a forza di arraffare il più possibile non si rendono conto che la mancata crescita dei salari crea conseguenze perverse con: consumi stagnanti, distorsioni del mercato del lavoro, disuguaglianze.

La raccomandazione che mi sento di fare è che per crescere in termini di Pil, l’imprenditoria Italiana non può e non dovrebbe trascurare la dinamica dei consumi che, tra il 2000 e il 2019, sono sostanzialmente stabili,la perversione peggiore è che ai bassi salari si aggiunge l’inflazione che grava sulla popolazione colpendo più duramente le famiglie più povere, infatti si calcola che da luglio del 2021 il reddito disponibile per spese delle famiglie meno abbienti è crollato del 16,2%.

Mentre il salotto buono della borghesia chiede di intervenire sui salari, la cabina di comando, ovvero la Bce, ha fatto la scelta opposta alzando il costo del denaro anche se l’inflazione non sia causata da un’ondata di aumenti salariali ma dalla speculazione su energia e guerra, per farla breve; invece di imporre regole alla speculazione finanziaria la Bce ha deciso di far pagare il conto della guerra ai popoli.

I banchieri centrali che calcolano tutto sulla base dei numeri, con il cuore a salvadanaio,non sono in grado di governare l’inflazione quando il banchiere centrale aumenta i tassi la sua priorità è quella di compensare i creditori delle perdite subite a causa dell’inflazione,in poche parole, una specie di ‘scala mobile’ per capitalisti: loro ce l’hanno, i lavoratori no.

I meccanismi per contenere l’inflazione sono altri, a partire dalla questione della guerra. Finché c’è la guerra, le tendenze al rialzo dei costi e dei prezzi perdurano, troppi guerrafondai del paese nostro,presenti anche tra i poveracci,non se ne rendono conto

Un trentennio di politiche bipartisan di contrazione salariale hanno reso il lavoro più precario,con miliardi di incentivi che non sono mai diventati gli investimenti promessi, soprattutto grazie a un’azione sindacale palesemente inadeguata se non proprio complice.

Il rapporto OCSE sull’occupazione, presentato il 9 settembre a Parigi, lancia l’allarme nelle proiezioni contenute nelle Prospettive dell’Occupazione Ocse 2022:

in Italia i salari reali scenderanno del 3% nel corso del 2022, contro una media Ocse del 2,3%… Nonostante l’aumento della tensione nel mercato del lavoro, la crescita salariale nominale rimane debole, nel secondo trimestre 2022, la crescita annua dei salari orari negoziati è rimasta intorno all’1%, mentre l’inflazione ha raggiunto il 6,9% (contro una media Ocse del 9,7.

In Italia l’incidenza di posti di lavoro vacanti ha raggiunto livelli record nella seconda metà del 2021, per stabilizzarsi intorno a 1,9 nel primo trimestre 2022.

L’aumento del tasso è stato particolarmente forte nei servizi di alloggio e di ristorazione, dove ha raggiunto il 3% all’inizio del 2022, questi posti sarebbero circa 430 mila, dato pure in leggero aumento se non fosse che i disoccupati reali, stimati dalla fondazione di Vittorio nel terzo rapporto consultato per questo pezzo, sono circa 4 milioni e 300.000, per ogni posto di lavoro vacante ci sono dieci disoccupati!

Nel rapporto «Il disagio occupazionale e la disoccupazione sostanziale nel 2021 in Italia» della Fondazione Di Vittorio si legge che, a fronte di un tasso di disoccupazione ufficiale del 9,5% nel 2021, la disoccupazione sostanziale arriva al 16% (salendo al 18,6% tra le donne e al 34,2% tra i giovani fino a 24 anni) quest’area, comprende disoccupati e inattivi (ovvero scoraggiati che non cercano neanche un posto, bloccati da motivi oggettivi o familiari, o ‘sospesi’ perché ad esempio in cassa integrazione), ricadono 4,3 milioni di persone, delle quali disoccupate più di 2,3 milioni.

Inoltre c’è l’area del disagio occupazionale, che comprende chi ha un lavoro temporaneo o part-time involontario e che comprende quasi 4,9 milioni di persone, si arriva quindi a più di 9,1 milioni in difficoltà, che, a cascata, alimentano il bacino del lavoro povero.

I dati sottolineano l’aumento dei precari, nel 2008, a fronte di 23 milioni di occupati, circa 2,4 milioni avevano un contratto a tempo determinato, oggi, con un numero simile di occupati, i precari sono 3,2 milioni (800 mila in più). Un picco, come registrato a luglio nelle rilevazioni degli ultimi dati Istat.

L’occupazione a termine, è come lo scottex o come locomotiva nelle fasi di crescita economica e «come ultima carrozza della quale liberarsi o gettare nel cestino nelle fasi recessive e di maggiore sofferenza del mercato del lavoro.

22 occupati su 100 vivono in una condizione di disagio  determinata o dal limitato orizzonte temporale del proprio rapporto di lavoro oppure da un numero di ore insufficiente rispetto alle reali necessità, il disagio è più calcato nell’occupazione femminile e nei giovanissimi.

La fotografia è quella di un Paese in declino» che ha «urgenza di investimenti», o forse avrebbe bisogno di conflitto sociale: le imprese i soldi ce l’hanno, i profitti aumentano ma, colpa di scelte scellerate della politica non li usano per pagare chi lavora.

Una patrimoniale servirebbe a fargli pagare una parte del dovuto, il salario minimo legale servirebbe a rimettere al centro il lavoro come variabile indipendente.

Alfredo Magnifico