A guardare i sondaggi elettorali circolati nelle ultime settimane, sembra che ci sia la vittoria del non-voto o degli astensionisti, più che del centrodestra o di Giorgia Meloni, si diffonde quello che in tanti chiamano il «partito degli astenuti».

La percentuale degli italiani che non va a votare è in crescita dal 1979, ma stavolta l’affluenza potrebbe essere la peggiore di sempre.

Tra gli aspetti che individuano l’astensionismo, per molti elettori, oltre alle difficoltà logistiche di raggiungere il seggio, c’è la condizione di povertà.

L’elettore in difficoltà economiche, va ad infoltire il popolo degli astensionisti, guidato dalla forte disillusione che la politica possa fornire una soluzione alla sua condizione, se si guardano i dati, l’astensionismo cresce dove cresce la povertà, soprattutto dove c’è stata perdita di lavoro e quindi di reddito.

Da rilevazioni emerge tra il 2004 e il 2013 l’elettorato che ha perso il lavoro ed è rimasto senza reddito si è registrato un brusco calo nell’affluenza alle urne, anche uno studio Tecnè, rilanciato da Avvenire, riporta che la diserzione dal voto aumenta man mano che si scende di classe reddituale.

Nelle ultime amministrative, solo il 28% degli elettori a basso reddito è andato al seggio, mentre le percentuali salgono al 63% per i redditi medi e al 79% per quelli alti.

Le differenze nell’affluenza alle urne sono abissali tra Nord e Sud, ad l’eccezione dell’Abruzzo, tutte le regioni del Sud mostrano livelli record di astensione e di povertà, mentre le regioni del Centro-Nord sono tutte accomunate da bassa astensione e ridotta povertà, va ricordato anche che la povertà in Italia colpisce in misura più che doppia i giovani che, seguendo questa correlazione, non a caso tendono a votare di meno rispetto agli anziani.

L’astensionismo cresce di mezzo punto man mano che aumenta di un punto il tasso di abbandono scolastico; il non voto cresce poi di oltre un quarto di punto per ogni punto in più nella percentuale di Neet, cioè i giovani che non studiano e non lavorano.

Su 100 giovani che lavorano con un contratto stabile non votano in 17, si sale a 38 tra chi ha un contratto a termine, tra chi vive con i genitori e studia o lavora, non vota il 20%, se poi non lavorano e non studiano, si arriva al 27%, alle elezioni del 2018 l’astensionismo tra i più giovani è stato del 50% tra i non laureati, contro il 37% dei laureati.

Lo stesso discorso vale per l’alta percentuale di astensionismo tra le donne che vivono in una condizione di scarsa partecipazione al mondo del lavoro, il non voto è sempre più espressione di disagio e distacco dovuto a sfiducia nella possibilità di cambiare la situazione.

L’annosa questione dei fuori sede, si assomma e determina la crescita dell’astensione, mentre i residenti all’estero possono votare per posta, i 4,9 milioni di studenti e lavoratori che si trovano in un’altra città devono tornare dove risiedono, a trasferirsi altrove sono soprattutto i giovani meridionali, il che va a diminuire ancora di più l’affluenza al Sud.

Dal 2018, cinque proposte di legge per risolvere la questione dei lavoratori e studenti fuori sede sono finite in un binario morto.

Come tutte le cose italiche si era costituita anche una commissione coordinata dal professore Franco Bassanini, che ha presentato financo una relazione finale su “Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”, tra le proposte c’era quella di creare un certificato elettorale digitale, consentendo di votare nei giorni precedenti l’election day, in qualunque parte d’Italia, negli uffici postali o comunali.

La scheda sarebbe stata inserita poi in una apposita busta e spedita al seggio “naturale”.

Come potrete immaginare, non se n’è fatto niente.

Alfredo Magnifico