Report di guerra Russia – Ucraina giorno 69

Ancora non sappiamo con certezza cosa sia avvenuto al generale Gerasimov mentre era in Teatro ad ispezionare le forze che si apprestano a sferrare la spallata nel Donbass destinata a coronare i festeggiamenti russi per il Nove di Maggio.

Come tantissimi altri aspetti di questa guerra, forse sapremo qualcosa di più al termine del conflitto, quando sarà possibile intervistare direttamente i protagonisti che saranno sopravvissuti. Ma come in molte cose umane, la verità rimarrà sempre sfumata e lontana da quelle certezze che taluni sembrano pretendere, e altri affermano di possedere con fede messianica.

Quello che mi interessa discutere qui non è tanto l’effetto degli attacchi di cui si parla, quanto la loro modalità di esecuzione.

 

L’esercito ucraino, così come quello russo, discende direttamente dall’Armata Rossa sovietica. La maggior parte dell’equipaggiamento, la formazione dei quadri dirigenti, la dottrina addestrativa e operativa, e perfino il folklore e le tradizioni discendono direttamente dal periodo sovietico. L’esercito russo si è un po’ evoluto (non troppo) rispetto ad allora, avviando il processo di professionalizzazione che però è ancora a metà strada, e ha sviluppato nuovi prototipi che però in gran parte non sono ancora effettivamente in linea; quello ucraino, meno privilegiato dal suo governo sotto il profilo economico, è rimasto a lungo come si trovava al termine della ristrutturazione seguita alla de-sovietizzazione, ma recentemente ha adottato diversi principi operativi e dottrinali dell’Occidente ed ha cominciato a svilupparsi in una direzione differente.

Per molti versi un osservatore professionista assiste così allo strano spettacolo di un esercito di tipo sovietico che cerca di comportarsi come uno occidentale, avendo acquisito in parte una mentalità completamente differente.

Fra tutti gli aspetti che rivelano questa dicotomia, vorrei soffermarmi su uno in particolare, che è fondamentale per capire cosa sia successo a Gerasimov: mi riferisco al cosiddetto “targeting”.

Il Targeting è una procedura tipicamente occidentale derivata dalla duplice necessità di massimizzare tempestività, efficienza ed efficacia degli attacchi mirati contro bersagli importanti, e garantire allo stesso tempo al Comandante che li autorizza l’immunità da procedure giudiziarie successive, che in democrazia sono assolutamente possibili e perfino auspicabili nel caso vi siano vittime civili. Questa procedura altamente classificata prevede tutta una serie di attività tecniche volte ad individuare gli obiettivi più vitali della manovra avversaria, analizzarli, pianificare l’attacco nella maniera più idonea a raggiungere gli effetti desiderati, assegnare l’esecuzione dell’attacco agli assetti più adatti e soprattutto a minimizzare i danni collaterali. Questo nella considerazione che tali danni, oltre a rischiare di provocare problemi giuridici durante e soprattutto dopo il conflitto, rappresentano spesso un ostacolo pratico alle proprie operazioni.

L’esempio tipico sono i ponti: un ponte distrutto non ostacola solo la manovra del nemico, ma anche la propria se il piano prevede di utilizzarlo in seguito. Occorrerà quindi renderlo impraticabile solo temporaneamente, magari infliggendogli un danno facilmente riparabile dai propri assetti del genio e non più grave di quello, oppure creando un cratere al suo imbocco.

Anche le vittime civili vengono evitate nei limiti del possibile rispettando strettamente le norme del diritto bellico, anche in quanto l’evidenza di tali vittime risulta fortemente deprimente per il morale del fronte interno e delle stesse proprie truppe che sono motivate dalla consapevolezza di agire in modo corretto.

I minions di Putin, i pacifisti arrabbiati e i denigratori in generale della NATO e dell’Occidente tendono a evidenziare il più possibile i danni collaterali e le vittime civili delle operazioni militari americane od europee, e per molti versi hanno ragione: danni e vittime sono purtroppo reali, in quanto in guerra la perfezione è impossibile. Ma lo sforzo che si compie per minimizzare entrambi è notevole e coinvolge molta gente.

Questo in quanto il diritto bellico, nell’impossibilità pratica di “proibire” le vittime civili, fa riferimento al concetto di “proporzionalità”: cioè un bersaglio specifico è legittimo non solo a patto che rappresenti uno strumento dello sforzo bellico avversario, ma anche che venga colpito con una forza proporzionale alla minaccia che rappresenta, e non superiore. Inoltre il danno collaterale deve risultare il più limitato possibile e va calcolato in anticipo.

Ogni attacco è pianificato a parte, e il gruppo di pianificazione include esperti giuridici, esperti di munizionamento, psicologi e rappresentanti della “host Nation”, che spesso posseggono un diritto di veto sull’azione stessa. La pianificazione viene fissata su un documento che viene firmato dal Comandante responsabile e viene depositato, perché ha rilevanza giuridica e anche storica.

 

Tutta questa complessa procedura viene applicata dalla NATO per l’attacco a tutti quegli obiettivi che non sono direttamente a contatto con le proprie forze, e che quindi per il diritto bellico non rappresentano una minaccia chiara e immediata alla quale si può rispondere con immediatezza in base al principio del diritto all’autodifesa. Per esempio: un carro armato nemico sul fronte è ovviamente lì per spararmi, e io lo posso colpire per primo senza pormi problemi. Un Posto Comando o un Centro Logistico nelle retrovie non mi stanno sparando né possono farlo; però abilitano quello stesso carro armato a farlo: la minaccia è dunque indiretta e quindi per colpirli dovrò ricorrere alla procedura prevista anche allo scopo di salvaguardare eventuali strutture civili nei pressi di tali bersagli.

Allo scopo di delimitare l’”uso legittimo” della forza militare contro tali bersagli indiretti, i Comandi superiori emanano le “regole di ingaggio”, che sono a loro volta giuridicamente vincolanti ed hanno origine politica e non militare. La procedura del Targeting è rigidamente veicolata da queste regole, e non attenervisi rigidamente ha precise conseguenze legali per il Comandante responsabile.

 

Questa complessa procedura non ha solo lo scopo di tutelare legalmente i Comandanti e fornire una “foglia di fico” contro le accuse delle organizzazioni umanitarie: ha anche una precisa funzione operativa, in quanto fornisce al Comandante la possibilità di ottenere sul campo esattamente gli effetti desiderati nel modo più preciso e puntuale possibile.

Si tratta di una procedura che fa perno su strutture organizzative ben precise ad ogni livello ordinativo e gestite da personale specificamente addestrato che si avvale di tutte le risorse dell’intelligence operativa per disporre della massima visibilità possibile sugli obiettivi assegnati.

 

L’adozione di queste procedure da parte ucraina e il loro accesso alle risorse dell’intelligence operativa occidentale evidenziate di recente sui media internazionali (ho messo in bacheca un articolo del Corriere della Sera molto chiaro in merito) è uno degli aspetti in cui l’esercito di Kyiv si discosta maggiormente da quello di Mosca in quanto a modalità operative.

I russi non hanno niente di paragonabile alla procedura occidentale del Targeting: loro eseguono semplicemente il fuoco in profondità contro gli obiettivi distanti esattamente come eseguono quello contro i bersagli a contatto, e cioè sparando su ordine con tutte le armi a disposizione. Il risultato è un volume di fuoco enormemente superiore, ma anche un tasso di danni collaterali assolutamente sproporzionato tanto alle necessità militari che a quelli causati dai loro avversari.

Se questo costituisca o meno un crimine di guerra non sta a me dirlo: di sicuro non aiuta a vincere una guerra.

Perché mentre l’artiglieria dell’orso Vladimiro distrugge intere città, quella ucraina spara direttamente al generale Gerasimov.