Corsa ad ostacoli insormontabili per il Concorso docenti

Salto la parte iniziale di me digiuna che a malapena mi reggevo in piedi e che facevo amicizia con gli altri concorrenti e arrivo al dunque. Parte la prova al computer (tipo esame della patente) e inizio a vedere domande di un livello da ricercatore universitario. Niente a che vedere con i quesiti del concorso svolto nel 2012 e nel 2015, niente a che vedere con i test di ingresso di medicina e di veterinaria degli ultimi 6 anni sul cui stampo mi ero esercitata. Ricordo le parole di tutti i colleghi che mi avevano detto “guarda che studiare non serve, chiedono cose assurde”. Avevano ragione. Solo che io avevo voluto studiare comunque perché volevo arrivare al punto di poter dire “se non l’ho passato non è per colpa mia!”. Tutte le risposte che segno per prime e di cui sono sicura senza uno studio particolareggiato e minuzioso non sarebbe stato possibile risponderle, perché tutte prevedevano un ragionamento che alla base avesse una conoscenza consolidata. A 50 minuti dallo scadere del tempo inizio a piangere, fissavo il computer e piangevo, perché ormai le domande che sapevo fare (difficilissime anche quelle) le avevo fatte, e con le altre non sapevo dove sbattere la testa. Vado un po’ a sentimento, un po’ a vaghissime reminiscenze… in una domanda chiedevano di calcolare il decadimento radioattivo di un atomo (fatto all’esame di chimica analitica 2 anno di farmacia, probabilmente i biologi o i geologi presenti non lo avevano mai sentito nominare).
È la follia pura.

Il mio pensiero andava a tutti i mesi passati tra 12/14 libri e al fatto che in nessuno di quei libri c’erano scritte la maggior parte delle cose che venivano richieste. In alcuni calcoli del pH era previsto di risolvere un logaritmo a mente, in altri delle radici quadrate, in altri ancora dei calcoli tipo 33,45 per 78,65 diviso 9,564 senza neppure la concessione di un foglio bianco. Tra le domande di chimica organica chiedevano la “sintesi di Gabriel” scritta nel volume da 1500 pagine di Chimica Organica, non di certo nei testi del liceo.

Sono riusciti a complicare anche le domande di biologia, aggiungendo delle percentuali, delle frazioni e dei calcoli matematici pure lì. Quasi fosse fatto apposta per non farlo passare. È stato fatto apposta per non farlo passare. Ad un certo punto ho pure pensato di prendere la penna e scrivermi i calcoli sulla mano, ma ho lasciato perdere. Piangevo continuamente e mi pulivo sulle maniche della maglietta perché con me non avevo nulla, neppure un fazzoletto. Pensavo a tutte le volte in cui ho lottato per i miei alunni contro le ingiustizie della scuola, e invece stavolta la vittima di un’ingiustizia ero io. Ma che dico ingiustizia, di una carneficina. Sì, perché il 7% dei partecipanti ammessi all’orale è una carneficina. Conto le risposte di cui mi sento sicura, secondo le mie stime arrivo a 42/44 … bocciata sicuro, il minimo è di 70 su 100.

Passa il responsabile d’aula a turno vicino al computer di ciascuno di noi, digita un codice e dice il punteggio. Gli altri che erano venuti “a fare una gita” si assestano tutti su punteggi di 40/50, li rassicuro dicendogli che anche studiando sarebbe cambiato poco, mi scendono le lacrime mentre lo dico perché finora avevo sempre creduto che la tenacia e l’impegno sarebbero stati ripagati. Mi asciugo gli occhi con le mani mentre il responsabile passa al mio computer, digita il codice e dice: “complimenti Professoressa, 72!” . Scoppio a piangere, i colleghi che concorrevano con me e gli altri professori che erano lì per vigilare applaudono. Non lo so nemmeno io come ho fatto, ma ho sconfitto Golia.

Ho 27 anni, 9 anni in più dei miei alunni più grandi. Amo i ragazzi e la scuola più di ogni altra cosa al mondo. Per loro sono disposta a fare cose che non ho mai fatto per nessuno, come accompagnarli in viaggio d’istruzione partendo con libri e bignami nella valigia a una settimana dal concorso. Sogno di insegnare da quando a 6 anni con la mia lavagna e il mio registro giocavo ad interrogare mia sorella, mia cugina, mia mamma, mio papà, le mie nonne e la persino la mia babysitter. So che quella piccola bambina ora mi guarda e mi sorride dicendomi “grazie… stai avverando il mio sogno”. La mia vicinanza a tutti i colleghi che hanno la mia stessa vocazione, il mio invito a tutti gli altri a cercare un posto fisso altrove.

Virginia