Report guerra Russia – Ucraina – giorno 187

 

Abbiamo preso in considerazione un gran numero di fattori pertinenti alla situazione militare in Ucraina, e siamo giunti a definire le ragioni dell’attuale stallo.
Uno stallo militare, con il fronte bloccato e nessuno dei contendenti in grado di alterare significativamente la situazione bellica, non significa certo pace: il conflitto prosegue, con tutte le sue conseguenze dolorose; però possiamo aspettarci una riduzione della violenza, almeno lungo il fronte.

Lo stallo militare in realtà costituisce un’opportunità per allacciare trattative di pace; ma perché questo accada occorre che esista una volontà in questo senso da parte di ENTRAMBI i contendenti: se solo una parte è disposta a trattare, non serve a niente.
Il fatto stesso che il portavoce di Putin continui a ripetere che gli obiettivi russi non sono cambiati e che l’Ucraina si deve arrendere significa che l’unica cosa che i russi sono disposti a discutere sono le modalità di tale resa. Considerato che la situazione militare è appunto di stallo, tale posizione negoziale è quantomeno irrealistica ed è naturale che gli ucraini rispondano con la richiesta che i russi ritornino almeno sulle posizioni del 24 febbraio prima di cominciare a parlare.
Due posizioni talmente distanti che è impensabile anche solo pensare di “incontrarsi a metà strada”. Questo perché un incontro “a metà strada” implicherebbe per Putin ammettere l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi fissati con la sua “Operazione Militare Speciale”, il che metterebbe in dubbio la sua credibilità a fronte delle gravi perdite sostenute; mentre da parte ucraina significherebbe accettare di subire una qualche mutilazione territoriale, cosa che dopo il successo militare nell’arrestare l’invasione russa per l’80% circa della popolazione ucraina è del tutto inaccettabile.
Quindi, a meno di drastici cambiamenti politici, per il momento di trattative non si parla.

Se il conflitto è bloccato e non si può sbloccare al momento né militarmente né diplomaticamente, allora quali sono le prospettive a breve e medio termine?
Difficile dirlo, considerato che più l’aspetto militare perde importanza, più cresce quella di tutti gli altri fattori relativi al conflitto: politici, economici, sociali, infrastrutturali e soprattutto informativi; tutti questi fattori esterni al dominio militare interagiscono fra loro in maniera difficilmente prevedibile e gli equilibri si possono rompere a causa di eventi improvvisi e imprevedibili. Una catastrofe naturale, un rivolgimento politico o un attentato di alto profilo potrebbero cambiare considerevolmente la situazione complessiva, pur lasciando invariata quella militare.

Al netto di grandi sorprese però, abbiamo visto come da una parte la Russia stia cercando di colpire la volontà occidentale di sostenere l’Ucraina, e dall’altra l’Occidente stia cercando di bloccare la macchina statale russa mediante le sanzioni mentre rafforza lo strumento militare ucraino.
Entrambe queste strategie non avranno effetti a breve termine: ridurre sensibilmente il sostegno occidentale richiede un drastico cambio di rotta da parte di numerosi Governi, mentre le sanzioni erodono il sistema economico russo in maniera continua ma relativamente lenta, e l’esercito ucraino acquisirà una qualche capacità offensiva in non meno di altri sei mesi.
L’inverno probabilmente (sempre al netto di sorprese sempre possibili) non porterà grandi cambiamenti della situazione attuale. La posizione militare russa nelle zone occupate sarà insidiata durante l’inverno dalla Resistenza e l’attrito contribuirà a erodere il vantaggio militare di Mosca mentre nello sforzo di aumentare il rispettivo potenziale militare l’Ucraina sarà avvantaggiata dall’operare sul proprio territorio e con il sostegno occidentale.
Questo significa che in primavera l’Ucraina POTREBBE essere in grado di lanciare controfffensive militari limitate che – combinate con l’azione delle unità partigiane – potrebbero a loro volta indurre i russi ad arretrare sulle posizioni del 24 febbraio.
Ma anche questo non porrebbe militarmente fine al conflitto: gli ucraini pretenderebbero il reintegro del Donbass e della Crimea, mentre i russi lo escluderebbero, rivendicando anzi ancora l’intero Donbass nella speranza di consolidare la linea di contatto in un nuovo “confine de facto”.
Per disporre delle forze sufficienti a lanciare una vera controffensiva decisiva, gli ucraini avrebbero bisogno di acquisire una superiorità aerea che al momento non è nelle carte.

Lo sblocco militare del conflitto non è quindi probabile neppure a medio temine.
Rimangono quindi i soli scenari del collasso psicologico occidentale – estremamente improbabile per il numero di Governi interessati che dovrebbero ribaltare la propria politica – e quello del cedimento strutturale dello Stato russo sotto la pressione delle sanzoni.

E’ molto difficile prevedere come questo cedimento strutturale potrebbe riflettersi sulla situazione militare.
Come abbiamo visto in più ccasioni, esistono numerose analogie fra il conflitto in corso e la situazione creatasi durante la I Guerra Mondiale. Questa si concluse effettivamente con il collasso economico – e quindi politico – degli Imperi Centrali. Tale collasso si ripercosse in maniera differente sulle forze militari dei due imperi.
Nel caso della Germania guglielmina, lo Stato Maggiore tedesco mantenne il controllo della situazione, e di fronte al tracollo dello Stato alle sue spalle preferì retrocedere ordinatamente fino al proprio territorio senza lasciarsi agganciare dalle armate alleate che aveva di fronte; evitò così la distruzione dell’esercito e si rassegnò ad un armistizio che consentì di evitare lo sbando e portò anzi all’instaurazione di un governo militare in patria.
Nel caso dell’Austria asburgica invece l’esercito si trovò in una condizione di tale fragilità che all’atto dell’offensiva italiana (sì, sto parlando di Vittorio Veneto) si frantumò completamente e fu travolto; privo di un apparato militare, e maggiormente frammentato a priori per nazionalità, l’impero si dissolse completamente.

Un collasso russo ingenerato dall’erosione economica da parte delle sanzioni potrebbe portare ad un risultato simile a quelli sopra ricordati, oppure compreso fra i due.
Naturalmente, si tratta della sola evoluzione dell’aspetto militare; il collasso potrebbe portare ad altri sbocchi di natura prettamente politica, ma al momento non mi sembra probabile: l’opposizione politica in Russia è praticamente scomparsa. Bisognerebbe che il Partito Comunista oppure quello “Liberale” (le “opposizioni” all’inerno della Duma) si affrancassero da “Russia Unita” di Putin, e date le loro posizioni nazionaliste mi sembra improbabile. Anche dimostrazioni di piazza tali da far cadere il Governo, simili ad una “Maidan” russa sono difficili da ipotizzare anche se sarebbero benvenute e potrebbero aiutare una riconciliazione post-bellica.

Putin si è ben premunito contro possibili Colpi di Stato interni, da parte degli oligarchi, dei servizi segreti o dello stesso Esercito, circondandosi di fedelissimi incapaci, e le personalità che avrebbero potuto svolgere un ruolo attivo in questo senso sono state tolte di mezzo prima del conflitto o nelle sue prime fasi (ricordate le “morti eccellenti” nei primi mesi di guerra?).

Non abbiamo la sfera di cristallo: non facciamo finta di sapere come andrà a finire.
Quello che possiamo fare è tenere duro, anche se pensiamo che il costo da pagare sia elevato. Gli ucraini stanno tenendo duro, e il costo che pagano loro è infinitamente più alto.
In un modo o nell’altro, l’orso Vladimiro dovrà tornare nella sua tana.

Orio Giorgio Stirpe