Report guerra Ucraina – Russia giorno 106

Qualcuno ricorda “Il Mandolino del capitano Corelli”? Rarissimo caso di film americano su militari italiani… Quando i soldati della “Acqui” occupano Cefalonia, il sindaco greco e il consiglio municipale dell’isola si barricano nel Municipio, rifiutandosi di arrendersi, e poi vanno in sciopero; nessuno si sogna di fargli violenza o tantomeno di nominare un “podestà” al loro posto. Non c’è violenza da nessuna delle due parti, anche se il livore è comprensibilmente acceso. Ma questo è il normale modo di comportarsi di un esercito regolare – ancorché alle dipendenze di un regime fascista – con la popolazione civile di un paese occupato.

 

I russi agiscono in maniera differente. Di fronte all’ostinazione dei dirigenti amministrativi locali dei territori occupati, loro li rimuovono, in diversi casi li arrestano, e li rimpiazzano con collaborazionisti. Come i nazisti durante la II Guerra mondiale. Così per esempio a Melitopol ora c’è una sindaca di nomina russa che fa grandi proclami sulla prossima annessione della sua città alla Russia, che da lì “non se ne andrà mai”.

La cosa interessante è che proprio sul territorio di Melitopol si sta cominciando a manifestare la resistenza armata. Già: ve li ricordate, i partigiani? Civili della popolazione occupata che lasciano le case e vanno a nascondersi in campagna, dove raccolgono le armi e cominciano ad operare militarmente alle spalle degli invasori. Di solito occorrono molti mesi, addirittura anni prima che questo fenomeno si sviluppi; a volte non succede per niente. Ma in questa zona, grazie all’arroganza degli invasori convinti di essere dei “liberatori”, è successo con incredibile rapidità.

 

Non si stratta per ora di un fenomeno macroscopico: la sua importanza risiede soprattutto nel fatto che esista. Ma quando si tracciano le linee di quello che potrebbe essere lo sviluppo futuro delle operazioni, questo fatto comincia ad assumere una valenza crescente. Perché le Forze Speciali ucraine hanno ricevuto un eccellente addestramento dai Berretti Verdi americani, la cui specialità è esattamente preparare, addestrare e sostenere la resistenza armata locale nei territori occupati dal nemico. La combinazione di partigiani e Forze Speciali in azione alle spalle dell’avversario ha un’efficacia devastante sul lungo periodo contro un esercito di occupazione: mantiene vivo il morale dei civili occupati, obbliga gli invasori a mantenere robuste guarnigioni, minaccia costantemente le linee di comunicazione e i rifornimenti e mina il morale degli invasori. Inesorabilmente, come la goccia che perfora la roccia.

 

Mi riferisco anche a questo quando affermo che la stasi operativa favorisce l’Ucraina molto più che non la Russia. Non solo gli ucraini dispongono di risorse umane con il morale alto e di alleati che forniscono armi e materiali e quindi sono in grado di accrescere il proprio potenziale durante la stasi, mentre i russi senza mobilitare hanno ben poco personale e ancor meno armi per ripianare le perdite sostenute; ma soprattutto gli invasori si trovano a difendere il proprio fronte in un territorio ostile dove devono guardarsi le spalle da una popolazione locale che li odia. Ironia della sorte, si tratta di una popolazione in larga maggioranza russofona, che secondo la propaganda russa andava “liberata” da un regime “nazista” e “russofobo”: una popolazione che in effetti si sentiva affine alla Russia, prima di vedersi aggredita con una ferocia del tutto inaspettata, e che viene vissuta come un autentico tradimento.

 

È molto probabile che le operazioni convenzionali vadano riducendosi fino a spegnersi completamente, almeno per un po’: gli avversari sono esausti, e il fronte si sta bloccando progressivamente per tutta la sua lunghezza. L’ultima area “calda” è Severodonetsk, dove il reciproco dissanguamento durerà ancora qualche giorno prima che il fronte si stabilizzi definitivamente lungo il fiume Donec. Sarebbe ragionevole che a questo punto le trattative diplomatiche decollassero, ma le reciproche posizioni politiche sembrano impedirlo, almeno per il momento: entrambi i governi richiedono di raggiungere una situazione più favorevole prima di sedersi ad un tavolo, quindi un “armistizio” appare poco raggiungibile. Gli ucraini richiedono un sostanzioso arretramento degli invasori, e i russi devono assolutamente “liberare il Donbass”; entrambi devono offrire alla propria popolazione esaltata dalla propaganda una qualche forma di “vittoria” per non essere troppo indeboliti politicamente dalle forze più nazionaliste. Ma le rispettive forze militari non sono al momento in grado di raggiungere i risultati richiesti.

 

Andiamo dunque ad una fase di stasi operativa; una stasi che però non può che favorire l’Ucraina. Ci sono diverse Brigate in addestramento che saranno pronte ad entrare in linea a fine estate, che per ora sono armate in maniera leggera ma che in pochi mesi potrebbero ricevere equipaggiamenti occidentali capaci di cambiare i rapporti di forza con un esercito russo che nel frattempo potrà anche rifiatare, ma non accrescere il proprio potenziale in quanto del tutto privo di riserve. Il crescere della resistenza nei territori occupati non farà che esacerbare la precarietà delle forze di occupazione, soprattutto nel sud dove la loro posizione tattica è tale da non consentire una difesa in profondità.

 

Vedremo come se a caverà l’orso Vladimiro, sempre più acciaccato nella sua tana e sempre più offeso dalla mancanza di rispetto che il resto del mondo ha per lui…

 

Orio Giorgio Stirpe