Report guerra Ucraina – Russia giorno 86

Leggo sulla bacheca di uno dei miei corrispondenti più addentro alla situazione diplomatica che il sacrosanto diritto di Kyiv di lottare per la propria sovranità territoriale e il suo notevole successo  nel respingere l’avanzata nemica non dovrebbe esaltare troppo il governo ucraino nel perseguire una vittoria totale; anzi, il pragmatismo strategico richiederebbe “una conversazione schietta tra la NATO e l’Ucraina per frenare le ambizioni di Kyiv e convincerla ad accontentarsi di un risultato al disotto della vittoria”.

Fra le considerazioni a sostegno di tale affermazione, si citano perdite umane e danni materiali comunque in crescita per l’Ucraina (e per l’economia globale) e il rischio di un accrescimento dello sforzo militare russo alla ricerca di una vittoria a tutti i costi.

Non concordo su nessuno di questi due argomenti. Nel primo caso, l’Ucraina è un paese in guerra ed è ormai al di là della cosiddetta “soglia del dolore”; in altre parole, è come un uomo che cercando di evitare di bagnarsi, è caduto nel fiume e ormai è costretto a nuotare: bagnarsi non è più un problema rilevante per lui. Nel secondo caso, da tecnico nego alla Russia la capacità di effettuare sforzi militari ulteriori, così come non credo (e direi non ci crede nessuno governo interessato) al rischio escalation nucleare per i motivi già spiegati in precedenza.

Non concordo sugli argomenti di sostegno, però concordo sulla conclusione fondamentale: l’Ucraina non deve cercare di perseguire una vittoria totale, e se ci provasse l’Occidente dovrebbe intervenire per flemmatizzare tale impulso. Vediamo i miei argomenti per giungere ad affermarla.

Gli obiettivi della Russia sono noti: Putin li ha presentati dettagliatamente al mondo. L’obiettivo dell’Ucraina è ovvio: ripristinare la propria integrità territoriale ed assicurarsi che questa non venga più messa in discussione. Ma qual è l’obiettivo dell’Occidente, che per una volta appare unito come non mai?

Dichiaratamente, si tratta di impedire alla Russia il raggiungimento dei propri… Ma questo non è un obiettivo in sé. Secondo me (so che molti non concorderanno, ma credo che Draghi e Macron annuirebbero) si tratta di rendere chiaro al mondo che l’aggressione armata per acquisire territori non paga e porta alla sconfitta militare. In sostanza: chi attacca uno stato sovrano e pacifico, al termine del conflitto si troverà in una condizione peggiore di quella in cui si trovava prima… Che è poi la definizione di sconfitta.

Esiste una diffusa convinzione che gli obiettivi americani differiscano da quelli europei, ed includano il cambio di regime a Mosca e magari anche lo smembramento della Russia. Io non lo credo, per la semplice ragione che lo smembramento della Russia porterebbe instabilità a livello globale, e gli Stati Uniti prosperano sulla stabilità globale (magari accompagnata da periodiche instabilità locali ove conveniente) che garantisce un commercio e una comunicazione senza restrizioni (la famosa “globalizzazione”). Il cambio di regime potrebbe essere un evento auspicabile, ma perseguirlo con la forza può essere controproducente, e all’America premono le mani libere per fronteggiare la Cina nel Pacifico. La Russia è sufficiente che diventi abbastanza debole da poter essere un compito della sola EU.

Si mormora anche che gli obiettivi europei differiscano da quelli americani, favorendo prima di tutto una sospensione delle ostilità il più rapida possibile allo scopo di sostenere il riavvio dell’economia, fatte salve la sopravvivenza del governo ucraino filo-EU e il ritorno della Russia alle posizioni del 24 febbraio. Ma i governi europei si rendono conto che una tale soluzione ridotta non sarebbe permanente e genererebbe una instabilità duratura altrettanto perniciosa per la ripresa economica di un conflitto prolungato. Inoltre ormai hanno avviato un’”economia di guerra” e sono pronti a sostenerla per il tempo necessario.

Quindi secondo me alla fine Europa e America sono davvero unite nel perseguire lo stesso obiettivo di un totale respingimento della Russia di Putin sulle sue posizioni di partenza, possibilmente con il naso sanguinante. Ma niente di più.

E’ buona norma strategica conformare il proprio comportamento agli obiettivi prefissati, senza cambiarli in corso d’opera se non in minima parte. Soprattutto quando tali obiettivi sono assolutamente congrui alla situazione. Altra importante regola nella conduzione delle relazioni internazionali, è trattenere l’impulso di umiliare l’avversario: non tanto per facilitare una riconciliazione che potrebbe essere – come è – impossibile, quanto per facilitare un accordo di compromesso che potrebbe altrimenti risultare impossibile.

Occorre capire che al momento non si sta cercando tanto un accordo di “pace”, quanto uno relativo ad un semplice “cessate-il-fuoco”, con il quale si creino le condizioni per interrompere le ostilità ed avviare un processo di pace che potrebbe durare anni o addirittura diventare indefinito.

La sconfitta a est di Kharkiv e le apparentemente deliranti dichiarazioni annessionistiche relative a Kherson dipingono una situazione che potrebbe condurre ad un accordo ragionevole. Se l’Ucraina ha lasciato chiaramente intendere di essere disposta a trattare a partire da un ritorno alle posizioni del 24 febbraio, la Russia ha chiaramente bisogno di ottenere qualcosa di più dopo aver sacrificato inutilmente quasi 30 mila uomini. Quel “di più” potrebbe essere quanto acquisito nei soli oblast di Donetsk e Luhansk (cioè il Donbass), sacrificando ciò che resta della zona occupata nell’oblast di Kharkiv e soprattutto rinunciando alla totalità di Kherson. Questo – soprattutto ora che Mariupol è finalmente caduta – consentirebbe a Putin di dimostrare la sua “magnanimità” al suo irritatissimo amico Xi-Jinping e in seguito ad una debita pressione diplomatica occidentale potrebbe convincere anche gli ucraini a sedersi ad un tavolo pur in mancanza di un ritorno completo alle linee del 24 febbraio (rimarrebbero infatti in mano russa anche diverse località del Donbass in mano ucraina all’inizio delle ostilità, prima fra tutte appunto Mariupol).

Si tratta solo di uno fra i tanti scenari possibili per una cessazione delle ostilità, ma è un esempio di come si potrebbe raggiungere un accordo provvisorio provocando in entrambi i contendenti una pari mancanza di soddisfazione: condizione fondamentale in diplomazia per trovare un accordo. Per la Russia si potrebbe parlare della “liberazione” di gran parte del Donbass e della “distruzione del battaglione Azov”, e quindi di de-nazificazione, e la battaglia di Mariupol potrebbe essere usata dalla propaganda per dipingere una vittoria gloriosa… Per l’Ucraina si tratterebbe di rimarcare come a fronte della grande invasione russa alla fine ben poco sia rimasto in mano nemica.

Ma soprattutto a quel punto occorrerà mettere bene in chiaro che non si sarà raggiunta la pace: si saranno raggiunte le condizioni minime armistiziali per cominciare a discutere di pace. L’Ucraina e l’Occidente non riconosceranno mai Crimea e Donbass alla Russia, e Putin finché vivo non potrà mai rinunciarvi. Le discussioni andranno molto per le lunghe, e probabilmente potranno raggiungere una conclusione solo dopo la morte dell’orso Vladimiro… Ma almeno i cannoni smetteranno di sparare e la ricostruzione potrà avere inizio. Poi, con l’inevitabile cambio progressivo dei rapporti di forza determinati dal supporto occidentale all’Ucraina, un accordo di pace che ripristini la legalità internazionale diventerà possibile; con il tempo.