Report di Guerra Ucraina – Russia giorno 143

Che cos’è un obiettivo militare, e in cosa differisce da uno politico? Perché non coincidono, e cosa succede quando li si confonde?

Non sono un esperto di politica, ma direi che l’obiettivo politico è una specifica condizione che una dirigenza – a qualsiasi livello – si prefigge di raggiungere per meglio portare avanti la propria visione del mondo.
Nel caso della guerra in Ucraina, gli obiettivi politici della Russia – condivisibili o meno che siano – sono stati chiaramente specificati da Putin: de-nazificazione del Governo di Kyiv, neutralizzazione e disarmo del Paese, riconoscimento dell’annessione della Crimea e dell’indipendenza del Donbass. Tali obiettivi riflettono la visione politica della dirigenza del Cremlino, che prevede la riunione del “mondo russo” sotto il regime di Putin e il suo rafforzamento a fronte dell’Occidente percepito quale minaccia esistenziale.
Di fronte al comprensibile rifiuto ucraino di piegarsi alle pretese russe, è scattata la coercizione: per dirla con Clausewitz, la “prosecuzione della politica con altri mezzi”, e cioè la guerra. La guerra si combatte su dimensioni differenti (economica, sociale, informativa, ecc…), ma almeno in un conflitto convenzionale quella militare rimane prevalente; in particolare, la dimensione militare di un conflitto si esplica attraverso il conseguimento di obiettivi che conducono al raggiungimento dello scopo finale. Tale scopo finale dovrebbe consentire il raggiungimento degli obiettivi politici.
Riassumendo: nell’impossibilità di conseguire con mezzi pacifici i suoi obiettivi politici, il Presidente della Federazione Russa ha ordinato alle sue Forze Armate di eseguire una campagna militare (definita eufemisticamente “Operazione Militare Speciale”) contro l’Ucraina volta a conseguirli con la forza.
L’impiego della forza militare non significa conseguire con la forza quegli obiettivi politici che non si riesce ad ottenere con mezzi pacifici: significa rendere l’avversario incapace di difenderli fisicamente. E’ un errore tipico dei politici che interferiscono nelle decisioni militari confondere le due cose, e in particolare di quei politici autoritari che controllano la gerarchia militare circondandosi di gente più fedele che professionalmente capace.

Gli obiettivi militari non corrispondono affatto a quelli politici: sono quelli che conducono alla neutralizzazione della capacità militare dell’avversario, e sono individuati attraverso una pianificazione operativa che – come già detto in un altro post – può essere orientata alternativamente al terreno o al nemico stesso.
Laddove la pianificazione è orientata al terreno, gli obiettivi saranno caratteristiche del terreno il cui controllo abilita una valida difesa, e la cui perdita da parte del nemico la compromette: nodi stradali o ferroviari, porti e aeroporti, depositi e industrie belliche, centri di comunicazione e di reclutamento, ostacoli naturali o artificiali i quali in congiunzione con le forze avversarie costituiscono parte del sistema difensivo avversario. Questi obiettivi, una volta conseguiti, riducono la capacità operativa del difensore e accrescono quella dell’attaccante in misura variabile, e per questo assumono priorità differenti nell’ambito della manovra offensiva tracciata nella pianificazione operativa.
Laddove invece la pianificazione è orientata al nemico, gli obiettivi saranno piuttosto quegli elementi della forza avversaria che attraverso le proprie capacità abilitano la difesa avversaria: posti comando, centri trasmissioni, schieramenti di artiglieria, postazioni contraeree, depositi munizioni e carburanti, gruppi aerei, riserve tattiche, nodi logistici. La neutralizzazione di queste componenti della forza avversaria nei punti prescelti per l’offensiva rende possibile l’esecuzione della propria manovra.
In entrambi i casi lo scopo della campagna militare è neutralizzare la capacità difensiva dell’organizzazione militare nemica: in questo modo diventa possibile costringere il difensore a piegarsi alla volontà politica dell’attaccante, che potrà così conseguire i suoi obiettivi politici.

Questa spiegazione complicata potrà non interessare a molti ed apparire esageratamente tecnica ai più, ma serve a spiegare perché l’occupazione di Severodonetsk e quindi dell’intero oblast di Luhansk pur rappresentando in effetti un elemento delle rivendicazioni politiche di Putin, non lo avvicina minimamente alla “vittoria” come invece la sua propaganda ama proclamare. Anche nel caso improbabile di una conquista di Kramatorsk e quindi di una vittoria nella battaglia del Donbass, saremmo di fronte per l’appunto ad un successo puramente tattico e non strategico in quanto controllare militarmente un obiettivo politico quando l’avversario mantiene intatta la propria capacità militare non risolve affatto il conflitto: specialmente se per acquisire tale obiettivo politico l’attaccante ha subito perdite tali da ridurre il proprio vantaggio militare.
Pensiamo a due cani che si contendono un osso: il loro conflitto non si conclude quando uno dei due lo strappa all’altro, ma quando – convinto l’avversario a lasciare perdere – quello con l’osso in bocca può accucciarsi tranquillo a rosicchiarlo in pace.

Per vincere la guerra, Putin deve non solo conquistare l’intero Donbass, ma anche neutralizzare la capacità militare ucraina di contestarglielo. Le battaglie di attrito in corso nella regione, in cui i russi pur numericamente superiori subiscono perdite che non possono rimpiazzare (per carenza di soldati e di mezzi nelle retrovie) mentre gli ucraini pur numericamente inferiori riescono ad assorbire almeno in parte le proprie attraverso la mobilitazione generale e il supporto occidentale, riducono la superiorità militare dell’attaccante senza acquisire obiettivi sul terreno tali da compromettere in alcun modo la manovra difensiva dell’avversario. Al contrario, smussando il saliente al prezzo di gravi perdite, i russi hanno accorciato il fronte dove adesso gli ucraini si difendono con un rapporto di forze meno svantaggioso di prima.
Insomma: finora la battaglia del Donbass ha fruttato a Putin un obiettivo politico provvisorio, ma non ha portato ad alcun vantaggio militare in quanto a fronte dell’indebolimento dell’esercito russo non ha ridotto la capacità militare ucraina.

L’interferenza politica nella pianificazione militare è una piaga costante nella condotta della guerra da parte dei regimi autoritari. Nel caso della Russia di Putin si tratta chiaramente della ragione fondamentale della sconfitta nella battaglia di Kyiv prima e nella condotta inconcludente in quella del Donbass adesso.
L’orso Vladimiro è capace di portare morte e distruzione, non di conseguire vittorie.

Orio Giorgio Stirpe