M. Il teatro della storia

Portare a teatro un ponderoso romanzo storico, tra i maggiori successi letterari degli ultimi anni, che ha il pregio di farti conoscere pensieri, stati d’animo, intenzioni, retroscena, piccole grandi meschinità dei personaggi che sono stati protagonisti di uno dei periodi più tumultuosi, complessi e controversi del secolo scorso, sei anni incandescenti che hanno segnato un punto di non ritorno nella storia d’Italia: l’ascesa al potere di Benito Mussolini.

M – Il figlio del secolo, produzione per la regia di Massimo Popolizio, che si avvale della collaborazione di Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Luce Cinecittà, porta a teatro la complessità polifonica e corale del romanzo di Antonio Scurati, premio Strega 2019, che ci aiuta proprio a ripercorrere da vicino gli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale.

Anni caratterizzati dall’irrompere di una violenza inaudita, e da un nuovo soggetto politico, le masse dei reduci, i ritornanti, che dopo aver combattuto in guerra sentono di avere diritto a una ricompensa: terre da coltivare, condizioni di vita e di lavoro migliori. Sono anni di rivendicazioni, aspirazioni, scioperi, scontri tra persone e ideologie che si fronteggiano cercando di decifrare il mondo nuovo uscito dalla guerra.

 

Uno spettacolo polifonico in trenta quadri

Per rendere tutta questa complessità, lo spettacolo – proprio come il romanzo – ricorre alla polifonia, articolandosi in trenta quadri monografici, che gli conferiscono un ritmo serrato, potremmo dire “futurista”, alternando toni drammatici, lirici, grotteschi, epici per restituirci appunto tutte le sfaccettature di quegli anni e le voci dei personaggi che li hanno vissuti.

Le folle di operai, uomini e donne, socialisti che manifestano per rivendicare i loro diritti, in maniera anche violenta, scioperando o occupando le fabbriche,  in attesa che possa arrivare il fatidico momento della Rivoluzione; i reduci dal fronte, in primis la temibile fazione degli Arditi, i combattenti più crudeli e senza scrupoli che vogliono far pesare sulla scena politica il ruolo avuto nella vittoria; i Futuristi, che continuano a scandire gli slogan che hanno infiammato gli animi alla vigilia della guerra; i vecchi politici liberali, ancorati a categorie e ideologie inadeguate a leggere la complessità del presente e il vate D’Annunzio, ormai anche lui vecchio e stanco, che trascina il suo corpo provato dalle imprese di guerra, voce indebolita e simbolica di un’epoca che sta finendo; ci sono invece gli uomini nuovi, gli Squadristi, gente senza scrupoli che getta benzina sul fuoco, che risponde alla violenza con una violenza ancora maggiore con l’obiettivo di far precipitare il Paese nel caos.

E poi ci sono tutti quelli che non appartengono a nessuna di queste categorie, semplicemente le masse, spaventate dall’irrompere delle rivendicazioni operaie in tutta la loro forza dirompente che può mettere a rischio il sistema di vita e di valori borghese (o piccolo borghese), e che di fronte a questa minaccia inaudita hanno bisogno di un capo, una guida, dell’uomo della provvidenza.

Un materiale umano magmatico e vischioso, che Lui annusa e scruta, in maniera quasi animale, percependone le paure primordiali, gli istinti più bassi, e facendoli suoi.

 

  1. il teatrante della politica

Ed ecco che il personaggio M. in scena si sdoppia: Tommaso Ragno è il giovane Benito, sanguigno, scaltro, lucido, nel momento in cui l’azione si sta svolgendo, che dialoga, interagisce, si scontra con i suoi seguaci, gli avversari, le sue amanti, in cerca di una strada, di una direzione che lo porti al potere; Massimo Popolizio è il politico “teatrante”, che ci svela con un sarcasmo pungente i meccanismi del potere, che si fa beffe di quanti ancora credano che alla base della politica ci siano le ideologie, i programmi, che ci svela con cinismo beffardo come l’unica capacità richiesta al politico sia invece l’agilità di muoversi e cambiare direzione, se necessario anche con una capriola, per andare dove incontro agli umori del sentire comune.

Un gigante istrionico, che ha compreso meglio di tutti i suoi contemporanei dove stava andando la storia e ha saputo piegare il corso degli eventi alla sua ambizione di raggiungere il potere.

Una riflessione profonda e disincantata sulle dinamiche del potere – in ogni tempo – e su alcuni lati del carattere degli italiani, che può aiutarci a leggere anche il presente.

Al Teatro Argentina di Roma fino al 3 aprile 2022.

Per informazioni e biglietteria teatrodiroma.net